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"Gli inquilini di Dirt Street" di Derek Raymond

  • Written by Mario Alicante
  • Published in Libri
"Gli inquilini di Dirt Street" di Derek Raymond "Gli inquilini di Dirt Street" di Derek Raymond

Il più nero di tutti. Il fratello sporco di Celine, il netturbino che a Capodanno spazza le strade con le mani. Derek Raymond da undici anni non può più scrivere un rigo, ma in quella sua personale e adrenalinica (se non proprio lisergica) avventura chiamata esistenza sul pianeta terra ha scritto così tanto che qualche inverno dovremmo ancora passarlo bene. E comunque, il giorno in cui gli archivi saranno svuotati, ci sentiremo fottutamente orfani.

“Gli inquilini di Dirt Street”, pur nella frettolosa traduzione e ancor più frettolosa lettura di bozze ed editing della Meridiano Zero, ci consegna l'altro volto di Raymond, quello già conosciuto con “Atti privati in luoghi pubblici (uscito in Inghilterra nel 1967, ma pubblicato da noi solo nel 2004) tanto per intenderci. Nessuna storia col sergente senza nome della A14, sezione Delitti Irrisolti, della serie della Factory (la perfezione fatta a noir), ma il ritorno dell'aristocrazia inglese in putrefazione con alcuni personaggi (Viper e Mendip) usciti dall'ultimo titolo conosciuto da noi ed entrati direttamente in questo (pubblicato nel Regno Unito nel 1971).

Un rampollo quasi quarantenne (Johnny Eylau); i due “colleghi di casta” già citati e ora grandi arricchiti con la Amalgamated Vice , società che tra l'altro dispone di una banca dati di informazioni sugli abitanti di Londra da far impallidire i servizi segreti di Sua Maestà; una donna cieca con quattro quarti di sensualità che scorre tra le vene e in mezzo alle cosce (Helen); un uomo di chiesa caduto in fondo a una damigiana di whisky; un bordello all'avanguardia in cui gli impulsi sessuali vanno a lezione di storia. In mezzo, il sesso come infernale motore pulsante di un'umanità gozzovigliante di ogni materia masticabile; l'alcool a oceani; i ricatti come unico mezzo perché una linea che parta dal punto A arrivi al punto B; la disperazione come commedia che, per quanto vissuta con gran piglio realista, non genera applausi; il denaro come patente primigenia a cui tutte le perversioni prima o poi giungono.

Meno crudele di “Atti Privati”, ma forse più sconsolante per la sua fotografia di un'umanità incapace non tanto di redimersi (non si punta così in alto), ma almeno di riempire il vuoto con scelte meno autodistruttive, “Gli inquilini di Dirt Street” segnò, col suo apparire all'alba degli anni Settanta, la fine delle briciole di quel che restava della Swinging London, con Mary Quant consegnata alle generazioni passate, i Beatles appena sciolti e Carnaby Street già rifugio di hippies in “stile alpini”. Non si respira nulla di tutto questo nel romanzo, come se ormai altro tempo fosse arrivato a spazzare via ogni cosa. Come se quella rivoluzione fosse stata di cartapesta. L'unica vera presenza tetragona in Inghilterra restava la nobiltà, caduta, secondo Raymond, per mancanza di narici con cui respirare. Il mondo fa schifo a se stesso quando non trova in giro carne straniera contro cui frustrare il proprio disprezzo.

Il vero padre di James Ellroy e David Peace riposa in pace. La sua visione del mondo da carta vetrata oggi è cronaca raccolta su strade e marciapiedi.