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"Le intermittenze della Morte" di Josè Saramago

  • Written by Mario Alicante
  • Published in Libri
"Le intermittenze della Morte" di Josè Saramago "Le intermittenze della Morte" di Josè Saramago

Possibile scrivere che l’avanguardia letteraria contemporanea sia capitanata da un autore portoghese di 83 anni, a suo tempo premiato col Nobel, e non temere di poter essere smentiti tanto facilmente se non con la citazione di qualche carbonaro dell’Ohio o di un figlio delle catene montuose scozzesi? Possibile che se vogliamo leggere qualcosa di stilisticamente fresco e concettualmente coraggioso dobbiamo ricorrere a José Saramago per non restare delusi? “Le intermittenze della morte”, nuova fatica dello scrittore di Azinhaga, intanto fa il suo per chi lo ha scritto, e se questi tempi sono tempi in corsivo altri rispondano.

In una mai citata nazione succede che nessuno più muoia. Nessuno muore perché semplicemente la morte ha smesso di fare il suo lavoro. Altrove, anche appena fuori dal confine, il ciclo procede normalmente, ma lì no. Giubilo per le strade e negli animi del popolo, l’attesa quasi messianica dell’immortalità ha termine per la conquista dell’oggetto. Poi, superato il momento d’euforia escono come canocchie al sole i primi problemi. Come può la religione accettare l’aspettativa ad infinitum della salvezza eterna dell’anima se nessuno lascia più questa terra?

Com’è possibile cancellare così a cuor leggero migliaia e migliaia di lavoratori e imprenditori delle pompe funebri con conseguente ferita letale all’economia nazionale? Come continuare a badare ai propri cari in condizioni terribili, incapaci di guarire ma ora anche di andarsene al creatore? E poi suvvia, che vità è la loro, in immodificabile equilibrio tra vita e morte? Per non parlare della criminalità poi, ridotta come un fucile a salve. O meglio, la mafia, anzi, la maphia e i suoi maphiosi, come indicato anche nella traduzione, qualcosa s’inventa, magari organizzando viaggi per far raggiungere la condizione di caro estinto con tanto di garantita sepoltura appena fuori dal territorio nazionale, ma gli altri problemi si amplificano giorno per giorno, raggiungendo i palazzi del governo, paralizzato da tale epidemia.

Sette mesi dura questo sciopero, dopo i quali è la stessa morte, con una lettera, ad annunciare la ripresa della sua normale produttività. Una missiva scritta a mano e indirizzata ai mass media che supera ogni esame grafologico per individuarne l’autore. Si giunge solo a scoprire che si tratta di una scrittura femminile, ma il tanto magro risultato dell’indagine non condiziona il respiro di sollievo di chi organizza la vita politica e sociale della nazione. E qui la storia prende una piega più personale, ma niente scontata, concentrandosi nell’ “a tu per tu” tra la morte stessa (che Saramago ci svela essere un’affascinante donna di 36-37 anni) e un violinista, sua inconsapevole e caparbia preda sfuggente.

Dopo l’uomo nella caverna, la popolazione colpita da improvvisa cecità, il quasi intero corpo elettorale che rifiuta l’attuale politica votando in massa scheda bianca, dopo un Vangelo che così poco piacque a prelati e colleghi di fede o il racconto dell’ultimo giorno di uno dei tanti eponimi di Fernando Pessoa, ecco giungere la morte, con tanto di falce al seguito. Finitudine come strumento che dà un senso all’esistenza terrena nell’accezione esistenzialista? Morte come semplice compagna da attendere che comunque quando arriva fa sempre un oscuro effetto come ci mostrò l’occhio di Bergman?

Né l’uno né l’altro. Nella prosa saramaghiana, priva quasi di “a capo” e totalmente scevra di “due punti aperte le caporali”, la protagonista sembra più dare confidenza alla collega alleniana di “Amore e Morte”, tanto l’ironia e il sarcasmo fanno da palta e cemento all’intera costruzione narrativa. E neanche molto distante dallo spirito della magnifica “Leggenda” di Niffoi, solo con uno sguardo aperto a un palcoscenico umano più universale.

La morte antropoformizzata in un essere che alla fin fine vuole solo essere riconosciuta come entità pensante autonoma senza che i suoi gesti siano considerati ineluttabili corollari della vita. Ad agire come topi sono piuttosto gli “umani organizzati”, sempre svegli quando c’è da rendere manifesta la propria imperfezione e quantomeno goffo l’agire politico. Saramago non si stanca di dargliele al Potere. Con la bomba atomica insonorizzata della letteratura.