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"Sconosciuto 1945" di Giampaolo Pansa

  • Written by Giorgio Domidini
  • Published in Libri
"Sconosciuto 1945" di Giampaolo Pansa "Sconosciuto 1945" di Giampaolo Pansa

I libri necessari sono quelli che più degli altri devono avere robusta costituzione per portare sulle spalle il peso della reazione allo sconvolgimento sociale e culturale che possono provocare. I libri urgenti sono quelli che devono affrontare quel peso al cubo. “Sconosciuto 1945” è un libro urgente. La cui più intima verità, riuscita finalmente a trovare una fessura nel muro di omertà, paura e terrore dopo la conclusione della II Guerra Mondiale, ora può essere di dominio dei molti e non più solo sofferenza dei pochi (sempre che decine di migliaia di vittime vi sembrino poche).

Giampaolo Pansa, dopo l’altrettanto necessario “Il sangue dei vinti”, torna sulla questione degli eccidi post conflitto di chi aveva indossato la camicia nera (o aveva avuto un famigliare o un amico che lo aveva fatto) e di chi, pur avendo combattuto il fascismo come partigiano, aveva però avuto il “torto” di non essere né soldato né gregge né zerbino del comunismo. Là parlavano i fatti, qua aprono bocca e cuore quelli che sono rimasti, i sopravvissuti agli eventi e al dolore di cui sono stati portatori e le cui micidiali testimonianze fanno un botto tremendo.

Amplificate da 60 anni di forzato silenzio e di sofferenza essenzialmente privata. Ventimila gli uomini e le donne (ma forse la stima è in difetto) che sono state uccise, spesso dopo sevizie e torture, all’indomani del 25 aprile 1945, per aver abbracciato il fascismo, spesso per puro idealismo giovanilistico o semplicemente perché orpello della propria tranquilla quotidianità. E quasi sempre senza responsabilità umane nei confronti di chi fascista non era. Morti che hanno lasciato in eredità un rumore a cui la retorica della Resistenza ha fino a questi tempi messo la sordina, esecuzioni coniugate in assassinii puri e semplici.

All’indomani della pubblicazione de “Il sangue dei vinti” all’autore pervennero numerose lettere in cui si completavano i fatti descritti o si raccontavano nuovi casi di pura bestialità a bocce ferme nei confronti di chi indossava “la divisa di un altro colore”. Testimonianze che non potevano trovare domicilio nel baule del solaio di casa Pansa. Quei famigliari o amici diventati vecchi ora scrivono la Storia con le loro memorie, aiutando l’opera di chiusura di un vuoto insopportabile e imperdonabile per una democrazia che si vorrebbe compiuta.

E sono memorie che, questo sì senza retorica, stringono lo stomaco. Perché in “Sconosciuto 1945” si va oltre l’astio legittimo e il rancore personale covato per ingiustizie e vessazioni subite per oltre un ventennio. In questi racconti, la brutalità delle reazioni a guerra finita è tutta nell’umana inutilità di quelle barbarie, nella rabbiosità fine a se stessa di sparizioni, fucilazioni, sgozzamenti e lapidazioni. A cui, non meno dolorosamente, si devono aggiungere i 60 anni di forzato buio totale in un Paese che non ha mai voluto veramente fare i conti con se stesso. Voci che provengono dal pozzo dei vinti, a cui per decenni poter offrire calma solo con lacrima solitaria in privato suolo. Voci che parlano di poeti massacrati; madri trucidate perché il figlio (spesso un ragazzino o poco più) aveva scelto di arruolarsi nella Rsi; professori fatti sparire solo perché, dopo la militarizzazione del Pfr voluta da Pavolini, costretti a indossare l’uniforme e ricoprire almeno formalmente un qualche ruolo; ragazze madri lapidate e issate su un albero perché raggiunte da quantomai improbabili e tragicamente risibili accuse di spionaggio nazista.

Il catalogo continua.Vittime innocenti spesso sparite nel buio perché i loro cari non potessero disporre neanche di un corpo su cui piangere. E che, ancor oggi, a distanza di tanti anni, talvolta non riescono andar oltre il racconto dei fatti a condizione di metterci in calce la sola sigla delle loro iniziali (o magari neanche quelle), tanto è ancor viva, se non la paura, la sconvenienza di una firma per esteso (ma in che razza di Paese viviamo?). E infine il capitolo infame dei protagonisti attivi della Resistenza antifascista uccisi dagli stessi partigiani.

Morti ammazzati perché non volevano che a una dittatura nera se ne sostituisse una rossa. Gente come Marino Pascoli, Eugenio Corezzola o Giorgio Morelli, uomini contro cui (soprattutto nel tremendo triangolo della morte in terra reggiana) si abbatté per anni l’odio dei comunisti. Che impazzavano senza limiti con la più assoluta libertà di decidere chi poteva sopravvivere e chi doveva invece tornarsene al Creatore.

Nulla importava se fino a qualche anno prima erano stati compagni di battaglia. Squallidi e miserevoli personaggi nutriti della stessa iperviolenza squadrista ma vestiti da partigiani come Battista Reggio. Criminali puri che il Pci difese senza tregua falsificando il falsificabile in presenza di un giudizio o coprendo con fughe in terre amiche, e che l’Unità celebrò senza un sussulto di vergogna, anche quando questo significava denigrare leali combattenti che in città, in campagna o sulle montagne la loro vita l’avevano messa in gioco pur di tornare alla libertà. A Pansa, come lui stesso scrive, non piacciono le pagine bianche.

Lui, intellettuale la cui posizione politica non è in difetto di chiarezza, da qualche anno fa spallucce alle invettive di revisionismo che la sinistra radicale (ma non proprio solo radicale) non manca occasione di lanciargli addosso. La Resistenza in Italia è ancora un totem, questo è il dramma. Diventerà un valore fondante la democrazia solo quando uscirà dalla prigione del mito per mostrare il suo vero e bel volto. L’urgenza completistica dell’autore serve ben a questo.